Psicologia e alimentazione: contrasta gli effetti negativi del lockdown!

Un fenomeno preoccupante legato alla pandemia da Covid-19 è l’aumento di peso che ha interessato circa il 44% degli italiani, indifferentemente fra adulti e bambini. Questi dati sono emersi da un’analisi di Coldiretti (su dati Crea, Centro di ricerca alimenti e nutrizione) e diffusi in occasione dell’Obesity Day 2020, numeri che purtroppo si suppone andranno ad aumentare con le nuove misure restrittive di fine anno (1).

Facendo un’analisi trasversale del fenomeno appena descritto, si può facilmente sostenere che da marzo le abitudini di vita degli italiani sono cambiate d’improvviso ed in modo categorico: stando chiusi in casa facilmente ci si annoiava, l’inattività e la sedentarietà hanno portato a passare dal divano, al letto alla tavola, ed intrattenersi con il cibo è stata per molti una scelta divertente e spontanea. Tutto ciò ha portato gli italiani in quei mesi a consumare mediamente un pasto in più al giorno ed è aumento notevolmente anche l’uso di alcolici, per non parlare dell’umore spesso depresso che ha accentuato nelle persone la voglia di tirarsi su mangiando.

Occorre a questo punto soffermarsi sulle ripercussione psicologiche negative che hanno le cattive abitudini alimentari.

Al cibo è stato dato da sempre un ruolo centrale, basti pensare a quanti eventi sociali sono ad esso collegati. Interessante notare però come, proprio con l’interruzione degli eventi sociali, la consumazione complessiva di cibo sia aumentata e peggiorata in qualità: il cibo viene spesso utilizzato anche per placare le emozioni che non si riescono a tollerare, spesso si mangia anche per noia, rabbia, solitudine, ansia e tristezza.

A tal riguardo ricordiamo che il sistema digestivo produce diversi tipi di ormoni e peptidi che influenzano i processi con cui ci alimentiamo e con cui ricaviamo energia dal cibo. Quattro di questi si sono rivelati essere importanti anche nell’influenzare le emozioni e i processi cognitivi:

  • leptina (intervenire nella depressione e nelle difficoltà dell’apprendimento spaziale);
  • grelina (prodotto dallo stomaco quando siamo a digiuno, ha anch’essa a che fare con l’apprendimento spaziale e con la formazione della memoria);
  • GLP1 (che regola la produzione di insulina e l’uso di zuccheri da parte del muscolo, svolge un ruolo importante nell’integrazione dei processi che influenzano sia la cognizione che le emozioni);
  • insulina (ormone ben noto, è implicata in disordini psichiatrici e in segnali periferici che modulano i processi mentali).

Ecco quindi che si delinea un primo schema di influenza tra cibo e cervello: quando mangiamo, a prescindere da cosa mangiamo, il nostro corpo produce degli ormoni che hanno un effetto primario sul sistema digestivo, ma che agiscono anche a livello di sistema nervoso centrale.

Tornando ad analizzare il periodo del lockdown, si evince come il problema abbia raggiunto casistiche gravi soprattutto fra chi già soffriva di disturbi alimentari, aumentando particolarmente tra chi è stato messo in smart working o cassa-integrazione: secondo una ricerca della Fondazione Adi dell’Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica, nel 54% dei casi è stato registrato un aumento medio di peso di ben 4 chilogrammi (2). In questi soggetti era inevitabile pensare continuamente al cibo, mangiare di più durante i pasti principali e spizzicare tutto il giorno, peggiorando lo stato di sovrappeso ed inducendo a possibili ulteriori complicanze, precisamente diabete di tipo 2 o malattie cardiovascolari che sono, peraltro, patologie croniche spesso presenti nei reparti covid degli ospedali. L’obesità è una malattia altamente disabilitante e rappresenta un importante fattore di rischio e di mortalità, la gratificazione che si ricava dal cibo spesso si riferisce a motivazioni emotive compensatorie che sfuggono alla consapevolezza del soggetto.

Il rischio di obesità non ha risparmiato neanche bambini ed adolescenti, duramente provati dall’isolamento forzato. In Italia, secondo i dati Istat (3), prima del lockdown si stimavano circa il 25,2% di obesi nella popolazione tra i 3 e i 17 anni:

l’obesità in età infantile e adolescenziale è particolarmente delicata in quanto tende a lasciare una traccia nel tempo che dura fino all’età adulta.

La gravità del dato riguardante l’età adolescenziale ed infantile emerge anche da uno studio dell’Università di Buffalo, pubblicato sulla rivista “Obesity” e condotto in collaborazione con l’Università di Verona su un campione di una cinquantina di bambini in sovrappeso tra marzo ed aprile 2020, e sottolinea come il lockdown abbia peggiorato lo stato di salute dei bambini (4).

Con il prolungarsi dello stato di emergenza da Covid-19, cosa consigliano dunque medici, psicologi e nutrizionisti?

  1. Innanzi tutto la ripresa dell’attività fisica e sportiva così da contrastare la sedentarietà dei mesi di lockdown e favorire lo svago e il divertimento.
  2. La ripresa di interessi ed hobby dentro e fuori casa, indispensabili per il proprio equilibrio psichico ed emozionale.
  3. L’adozione di comportamenti alimentari sani, oggi più che mai fondamentali, informandosi dettagliatamente sui rischi della cattiva alimentazione e su come questa incida nello stato psichico ed emotivo, oltre che fisico e di salute, di ogni individuo.

Fonti:

(1) https://www.coldiretti.it/salute-e-sicurezza-alimentare/obesity-day-con-effetto-covid-44-italiani-in-sovrappeso

(2) https://www.vvox.it/2020/07/23/fase-3-fondazione-adi-pandemia-regala-4-kg-alla-bilacia-degli-obesi/

(3) https://www.ista.it/it/archivio/obesit%C3%A0

(4) www.blueclinic.it


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Pubblicato da Claudia Marrosu

Psicologa Umanistica, specializzata in età evolutiva ed adolescenza. Sociologa Organizzativista

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